Davide Cerullo e la «forza sanitaria» della Parola

Un «tizzone scampato a un incendio», secondo la definizione che di lui ha dato lo scrittore Erri De Luca. Ma un tizzone che brucia ancora. A cambiare è stata solo la «miccia» del fuoco che gli arde dentro. Potremmo sintetizzare così la storia di Davide Cerullo, un 40enne che nella sua vita ha sperimentato il carcere, la discesa nell’inferno della malavita e della droga e che ha trovato nel Vangelo la spinta per risorgere. Come dice lui, «sono nato 25 anni fa», quando cioè è iniziata la sua lenta, ma inarrestabile risalita. Oggi è un uomo, un marito, un padre felice, che ha deciso che la sua risalita doveva diventare la molla per altre risalite, o meglio, per evitare altre «discese agli inferi» di ragazzi e giovani, che la vita, a volte, fa perdere negli abissi della droga e del male. È così che lui – arrivato nelle vele di Scampìa quando aveva 6 anni, nono di 14 fratelli, e che a 9 aveva capito che «dovevo smettere di essere bambino» e già faceva il corriere di armi e droga per i boss della camorra («Il mio primo “bravo” me l’ha detto un boss, non mio padre, che non mi ha mai nemmeno una volta detto: “ti voglio bene”») e che a 16 era già in carcere – è tornato a Scampìa e ha dato vita a L’albero delle storie. È il luogo dove, insieme ad altri operatori, sta cercando di creare lo spazio per il sostegno educativo, la crescita, il dialogo e l’incontro dei ragazzi, partendo dalle difficoltà «ma anche – scrive – volando al di là di loro». Davide Cerullo è stato il primo dei tre testimoni scelti da Caritas per il percorso «Sentieri di giustizia 2018», con cui avviare una riflessione sul territorio sul tema del carcere, del recupero di chi all’apparenza sembra irrecuperabile e sull’attenzione verso i nostri adolescenti.

Davide è stato a Grosseto due giorni: lunedi 26 e martedi 27 marzo. Ha incontrato tanti giovani, grazie ad una serie di appuntamenti in alcune scuole della città e la sera del 26, alla multisala Aurelia Antica, ha tenuto un incontro pubblico. Tante le persone che sono venute ad ascoltare questo profeta «armato» solo di quella che lui stesso definisce la «forza sanitaria della Parola». Davide Cerullo si è innamorato di Cristo in modo del tutto «casuale» e imprevedibile: trovando, sul letto della sua cella («la condividevamo in 25»), di rientro dall’ora d’aria, una Bibbia. Ha impattato la storia di Davide e ne è rimasto folgorato. Si è poi messo a leggere il Vangelo e, una volta uscito, sulla sua strada ha trovato chi ha creduto in lui, in quello che ancora non era, ma che sarebbe potuto diventare. E ha vinto. Non è una favola, però. Davide ha visto la mamma in carcere, il padre andare via quando lui era un bambino, il fratello maggiore «farsi» di eroina in casa… «Non mi sono mai sentito tanto solo come a casa mia», ha detto. Oggi fa dell’impegno sociale la ragione della sua vita. «Non basta commuoversi, bisogna muoversi», sono le sue parole d’ordine. Lui sa bene, infatti, che i ragazzi hanno bisogno non di cose, ma di relazioni vere con gli adulti e che – come diceva il poeta Danilo Dolci – «ciascuno cresce solo se è sognato». Scampia non è solo camorra, malavita, degrado. Ci sono pertugi, che possono diventare feritoie da cui far entrare la luce di un futuro diverso. Serve però investire.

Davide l’ha fatto: sta investendo se stesso e sulla sua vita, «perché – dice citando Paolo Borsellino – bisogna amare quel che non ci piace per poterlo cambiare». Crede nella cultura come l’unica arma per combattere la malavita, mentre purtroppo a Scampìa «nelle case c’è una televisione a stanza, ma non ci sono i libri». E crede nella forza trasformante della Parola: «Gesù non è il carcere dell’uomo, ma la sua libertà», però «anche la Chiesa deve alzare di più la sua voce» e ai poveri «non dobbiamo dare pacchi, ma giustizia». Ama la parabola della pecora smarrita, Davide Cerullo: «E’ rivoluzionaria… ci dice che quella singola pecora vale quanto tutte le 99 che sono nell’ovile e ci invita a cercare il perduto e a farlo insieme». Così come insieme «siamo chiamati a rotolare via la pietra dal sepolcro affinché Lazzaro esca e torni in vita». È il bene comune declinato col Vangelo.

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