Don Enzo Capitani: La povertà si contrasta con nuove relazioni

Per affrontare il problema della povertà oggi, prendiamo coscienza della necessità e della consapevolezza di cambiare i nostri stili di vita». È l’appello di don Enzo Capitani, direttore della Caritas diocesana, nel preparare il percorso che porterà anche quest’anno, come ormai accade dal 2014, alla Raccolta di San Lorenzo, il gesto di carità operosa che si lega alle celebrazioni per il patrono della Città e della Diocesi.

Don Enzo, cosa significa concretamente cambiare i nostri stili di vita? Ne sentiamo parlare da più parti…
«Per me significa essenzialmente educare noi stessi e le nuove generazioni a un uso più consapevole delle risorse».

È solo un fatto, diciamo così, ambientale?
«Non proprio. Quando parlo di risorse mi riferisco sia ai beni materiali, che ai beni cosiddetti relazionali. Se partiamo da questo secondo aspetto, sono convinto che in questo momento la nostra società stia attraversando una fase di paura, alimentata dall’incertezza, dall’insicurezza e dal timore di essere o diventare tutti poveri.
Questo non risparmia neppure il nostro territorio. La paura genera divisioni, conflitti, perché ognuno è portato a difendere quello che ritiene suo diritto. C’è sempre più la convinzione che l’altro sia da guardare con sospetto. E tutto questo alimenta la sfiducia. C’è poi un altro fattore… ».

Quale?
«Che la povertà dei beni relazionali genera anche un potere che si manifesta soprattutto nell’affermarsi della logica del forte coi deboli e debole coi forti».

La Caritas, a parte i servizi che eroga, che cosa può fare per contribuire a sanare le relazioni? «Per prima cosa deve e prova a preoccuparsi che ogni servizio che rendiamo sia anche una difesa e un annuncio dei diritti delle persone: diritto all’abitazione, diritto al lavoro, diritto al cibo, diritto alla spesa, diritto alla salute. Sembrerebbe un’ovvietà, invece sono diritti che oggi tendiamo a mettere facilmente in discussione. Caritas, coi suoi servizi prova a declinare in chiave evangelica tutto questo. Per esempio, il diritto alla salute, che si realizza attraverso medici che visitano gratuitamente nei nostri spazi; il diritto alla casa, che proviamo a
curare attraverso il progetto Famiglie solidali, per accompagnare famiglie che si trovano in mezzo a una strada, ma anche i padri separati, che vivono difficoltà economiche, e che cerchiamo di aiutare attraverso Casa Elia. E così il diritto al cibo, che diventa diritto alla scelta e quindi alla spesa, grazie all’Emporio della solidarietà, dove famiglie indigenti hanno la possibilità di fare la spesa gratuitamente, inserendosi dentro un percorso. E poi il diritto al lavoro, che cerchiamo di promuovere attraverso il centro d’ascolto, dove proviamo, nei limiti delle nostre possibilità, a far incrociare domanda ed offerta. Tutto questo nella convinzione che le persone hanno bisogno non solo e non tanto di risolvere materialmente i loro problemi, ma di essere accompagnate nella soddisfazione dei loro bisogni. Anche per questo come Caritas cerchiamo di innescare un percorso di cambiamento, di educazione al non spreco, come pure di educazione alla salute, cercando di trasmettere sempre, dato che siamo la Chiesa che si contamina con l’umanità, la logica di diventare noi soggetto di promozione della persona, come ci ricorda l’attualissima enciclica di Paolo VI Populorum Progressio».

In questa logica, il pacco alimentare può considerarsi superato?
«Il pacco alimentare è nato nella Chiesa ai tempi della guerra, quando operava l’Onarmo. Nel tempo si è radicato, diventando simbolo di prossimità della Chiesa verso i poveri. Oggi questo segno è diventato un mezzo comune attraverso cui tante associazioni di volontariato si impegnano a non lasciare solo chi è nel bisogno. Proprio in un’ottica educativa, dunque, potremmo dire che la Caritas ha fatto quel che le competeva e ha raggiunto lo scopo ed è giusto che ora si orienti su altro, a partire
dal lavorare per coniugare il diritto alla spesa con l’educazione alimentare. Per questo è nato l’Emporio di via Pisa».

Da alcuni mesi la Caritas ha coinvolto alcuni sacerdoti nel centro di accoglienza. Con quali finalità?
«Sì, da alcuni mesi tre sacerdoti originari di differenti zone del monto fanno servizio in Caritas. È una proposta che hanno accolto e di cui li ringraziamo. Lo scopo, infatti, è che in Caritas si abbassi – diciamo così – lo “scalino” rappresentato dalle differenze culturali. Questi tre sacerdoti affiancano il cammino delle persone che si rivolgono a noi, rendendosi più facilmente prossimi ai loro bisogni perché riescono a calarsi meglio nelle problematiche di chi arriva dall’America latina o dall’est Europa. È un’esperienza partita a febbraio a conclusione di un percorso di formazione dei volontari nel quale i tre sacerdoti erano già stati coinvolti per spiegare agli stessi volontari le caratteristiche anche di tipo spirituale delle popolazioni provenienti da differenti aree del mondo.
È per noi un modo concreto per manifestare come per la Chiesa siamo tutti figli di Dio e così provare a ingrossare il fiume della carità».

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *